di Antonio Donadio
La migliore “opera prima” (il miglior album di debutto) del 2014, secondo
la giuria del premio Tenco, è Le cose
belle, di Filippo Graziani. Con un cognome che non suona del tutto nuovo,
Filippo è infatti il figlio di quel Graziani (Ivan), cantautore e chitarrista
abruzzese scomparso nel 1997, dalla voce molto particolare che, oltre ad aver
collaborato con artisti del calibro di PFM, Lucio Battisti, Francesco De
Gregori e Antonello Venditti, nel suo periodo di maggiore successo (fine anni
’70 e inizio anni ’80) ci ha regalato pezzi come Pigro, Firenze, Agnese, Il Chitarrista… brani che giocano
ironicamente con la malinconia, e che sfidano l’equilibrio precario tra rock e
poesia.
Potrebbe dunque affiorare il solito (ma spesso giustificato) sospetto
che Filippo abbia riscosso successo in quanto “figlio di”. Del resto di esempi
non ne mancano affatto. Nel mondo della musica (come anche nel cinema, nello
sport, nell’arte…) vi sono “figli di” che, per orgoglio o per semplice
opportunismo, perché hanno qualcosa da dire, da dimostrare o perché quello è il
loro mondo, la loro vita, si cimentano nel lavoro (o nell’arte) dei genitori.
Con risultati però non sempre encomiabili.
Ancora prima di sentire il disco, allora, si potrebbe fare una rapida
ricerca online per farsi un’idea. Le fonti non sono tantissime: salta subito all’occhio che manca la voce
su Wikipedia. Tra i primi risultati vi sono notizie inerenti al festival di
Sanremo (una delle canzoni dell’album è stata infatti portata al festival dello
scorso anno nella sezione giovani). In cima alla lista vi è quello che si
potrebbe presumere essere il suo sito ufficiale (filippograziani.it) e proprio in questo sito vi è una pagina con la
sua biografia: “…nato e cresciuto in un ambiente
pieno di musica, suoni, canzoni e di artisti...”, impara a suonare, inizia
a fare serate dal vivo in vari locali, poi ad aprire concerti per noti artisti
italiani, culminando con l’apertura della data italiana del tour di Zakk Wilde,
nel 2008. “Segue un periodo in cui si
trasferisce a New York dove suona nei club del Lower East Side […].
Contemporaneamente scrive canzoni in italiano contaminate dal sapore folk
elettronico del nord degli Stati Uniti.” Tornato in Italia pubblica una
raccolta live che vuole essere un omaggio alla produzione musicale del padre. Il
resto è storia recente: partecipa a Sanremo 2014 con la title track dell’album
(appunto Le cose belle) e il 20
febbraio viene rilasciato l’album.
Il fatto che sia andato a suonare oltre oceano per farsi le ossa e che
sia un artista che ha iniziato con una carriera live per poi approdare alla
carriera discografica, fan ben sperare e un po’ rincuorati si può passare
all’ascolto.
La prima cosa che salta all’orecchio è la voce molto particolare di
Filippo Graziani. Alcuni testi lasciano un po’ il sapore insipido di canzonetta
pop. Le eccezioni sono costituite da qualche testo con una sfumatura più cantautorale
e da un paio di testi più grintosi e addirittura irriverenti come quello di Cervello (traccia 6), brano dal mood
rock’n’roll che è uno dei migliori pezzi dell’album, con un riff che rimane in
testa, suonato ad inizio canzone da una chitarra acustica e poi, in una
piacevole climax, da un sintetizzatore e una chitarra distorta. Il punto di
forza del disco è negli arrangiamenti in cui si sente l’influenza
dell’esperienza dell’artista negli States.
La title track (traccia 2) è quella portata a Sanremo, forse non la più
originale del disco ma comunque carina, con la classica formula chitarra-basso-batteria.
Nove mesi e L’effetto seguono una ricetta che offre un gusto folk con
l’arpeggio di chitarra acustica, qualche colpo di cassa e cori sul ritornello.
Particolarmente audace è Un’altra vita che
con un groove niente male, molti effetti e l’impiego massiccio di
sintetizzatori vari sembra scaraventare l’ascoltatore, non senza un brivido di
piacere, nel synthpop anni ’80.
Il gran finale è Paranoia (decimo
e ultimo brano del disco) che, con la chitarra che fa da padrona, colpisce
dritto in faccia con un sapore rock e un retrogusto blues.
In definitiva ci si rende conto con sollievo che le paure erano del
tutto infondate: Le cose belle è un
bell’album che gioca col rock, il folk e l’elettronica e che merita davvero. Un
plauso dunque a Filippo Graziani che, se questo è il suo esordio, promette
grandi cose.

Nessun commento:
Posta un commento